Dal millenario Monastero di Fonte Avellana fino alla cima del Monte Catria e rientro, un’idea che mi aveva già solleticato quando, molti anni fa, visitai il Monastero e il suo Scriptorium. Ricordo come la guida di allora illustrò gli accorgimenti costruttivi adottati, che consentivano agli antichi banchi degli amanuensi di venire accarezzati dalla stessa luce che c’è all’esterno, nonostante le spesse pareti di pietra che delimitano e proteggono ancora questo scrigno di preziosa sapienza.
L’altimetria del percorso era decisamente impegnativa per le mie gambe, 1000 metri di dislivello in 6 Km scarsi, ma ero fiducioso, le mie considerazioni mi facevano supporre che il rientro sarebbe stato sufficientemente rapido e piacevole, abbastanza da compensare la fatica e il tempo di salita.
Sono al parcheggio di partenza alle 12 ed è stato un errore, col senno di poi.
Il sentiero si inerpica da subito, sono l’unico a salire, tutti quelli che incontro stanno scendendo e la vista dei 2 giovanottoni che lo fanno correndo mi rinfranca un pò, ma mi rendo conto che al mio ritmo i 5 km circa che mi separano dalla cima li farò in più di 4 ore, contro le neanche 3 che avevo malamente stimato.
E’ una bella giornata di settembre con un sole gagliardo, ma sto salendo dal versante in ombra e cammino sotto le fitte chiome di un bosco molto suggestivo, molto silenzioso, ma anche piuttosto crepuscolare per essere rilassante. Incontro 3 ciclisti. Scendono anche loro, mentre io mi ostino a salire. Arrivo sulla carrareccia sommitale alle 15:30 e mancano alla cima ancora quasi 2 km e circa 200 metri di dislivello. Quassù è la stessa bella giornata di settembre in cui ero partito, la cima è lì, poco più in alto e mi offre il suo morbido profilo. Le persone che l’hanno già raggiunta sono ben visibili, si sentono le loro voci, non è lontano, si intuisce quanto siano tranquilli e rilassati, lassù, dove è sicuramente bello stare. Vedo che le loro auto sono qui, 200 metri sotto di loro. La mia no, è 800 metri più giù, ma di altitudine.

Sento le gambe che protestano e realizzo che già adesso, dove scenderò, il tratto di bosco che mi aspetta sarà piuttosto buio per trovare e seguire un sentiero che non conosco affatto. Continuo sulla carrareccia indeciso sul da farsi, a destra la cima e il panorama a 360 gradi, a sinistra, in fondo, molto in fondo, il Monastero e la mia auto.
Intanto, a lato, c’è una signora anziana che si gode il fresco all’ombra degli alberi, mentre vicino a lei un’altra signora, di spalle, si gode il sole su una sedia al margine della strada. Le sbuco da dietro da una certa distanza e mi rendo conto di averla spaventata o forse l’ho fatta sentire in imbarazzo, non so, un suo gesto a coprirsi me lo fa temere. Boh. Nel dubbio mi scuso e procedo oltre, ancora combattuto nel mio dilemma, salire o scendere?
Là sotto, a sinistra, il Monastero si mostra dall’alto in tutta la sua solenne interezza. A destra, un ultimo chilometro e mezzo mi separa dai 1700 metri del Catria e dal suo panorama. Più o meno altri 30-40 minuti per le mie dolenti gambe, più altri 30 per tornare qui. Un’ora in più, solo un’ora ….. o più?
Rinuncio alla cima, tornerò.






Tornerò?
Lascio la carrareccia e il primo tratto di discesa è su tratturi fatti dal bestiame al pascolo, non c’è uno straccio di segnale, mi oriento solo grazie al GPS, ma non capisco quanto devo scendere per intercettare il sentiero che ho scelto a tavolino. Entro nel bosco e il sentiero indicato nella cartografia sembra sia qualche metro più a valle della mia posizione, lo cerco e non lo trovo, cerco di mantenere la direzione indicata dal GPS mentre cammino su sassi malfermi e radici d’albero affioranti, disperatamente aggrappate al ripido pendio che poco più in là diventa precipizio, ho spazio per un solo piede sulle strette cenge tra i folti ciuffi d’erba e il buio è più buio di quanto mi aspettassi. Ma come caspita è possibile, sono appena le 16 e il sole, l’ultima volta che l’ho visto, era ben alto!
Penso di aver preso la decisione giusta a scendere e rinunciare alla cima. Sparpagliate ogni tanto, ci sono strisce di nastro biancorosso annodate alla meglio su qualche tronco. Se questa è la segnaletica, ringrazio le buone intenzioni di chi le ha messe, ma un sentiero sarebbe ben altro a mio avviso e mi sa proprio che dovrò abbandonare i miei propositi perché la traccia tanto bellina che avevo scelto sulla mappa per il rientro, nella realtà è tutta un’altra storia! Se è così mal segnalata come quella che ho appena percorso è decisamente troppo buio per fare l’esploratore.
“Chi lascia la via vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova”
Contravvenendo alle mie tradizioni che vorrebbero per ogni sgambata un percorso ad anello che non passi due volte per lo stesso tratto, mi ritorna in mente il vecchio proverbio. Lascio la “via nuova” e raggiungo l’intersezione col sentiero che ho fatto salendo. Piego decisamente a destra e ridiscendo, svelto, solitario e grato, per quella ripida “via vecchia” ormai nota, che tanto mi aveva fatto penare all’andata, mentre la luce continua a calare rapidamente e il bosco è in un silenzio assoluto.
Alle 17 sono al parcheggio dove ho lasciato l’auto, con piedi e gambe doloranti ma anche con un certo senso di sollievo che non nascondo. L’ombra del Catria ha già avvolto il Monastero e alcuni visitatori se ne stanno andando frettolosamente, abbracciati alle magliette che hanno sulle spalle. Fa freddino, in effetti.
Riparto in auto. Pochi chilometri dopo ritrovo quel bel sole che mi aveva spinto ottimista alla salita e che non immaginavo potesse nascondersi tanto presto dietro la mole del Monte Catria a chi, come me, fosse improvvidamente salito per quel boscoso versante all’ora sbagliata.






