Il Ventia e l’Abbazia

,

Natura selvatica e storia secolare, un connubio intrigante, attraverso un percorso che parte dall’Abbazia di Montelabate, o meglio, dall’Abbazia di Santa Maria Valdiponte, un gioiello di architettura e storia medievale.



…. Poco distante da questo percorso, sono presenti i ruderi del Castello di Montelabate. Sull’altura dirimpetto all’Abbazia il Castello di Ramazzano sembra quasi guardarla in cagnesco e, sulla destra, più in alto, deve essere il colle dove riposano i ruderi di Castiglion Fidatto…..

Tutta questa zona è costellata di castelli e borghi fortificati più o meno conservati, per qualche notizia storica rimando alle informazioni contenute nel sito i luoghi del silenzio.

Suggestioni. Affiorano anche quando riconosciamo, in alcuni tratti del percorso, che la larga strada bianca, comoda e panoramica, è fatta di pietre posate con cura. Mi torna vagamente alla memoria una strada romana, ma in versione meno solenne, forse più consona al luogo. Loro, i romani, a selciare la terra con pietre grandi e piatte, qui non so chi, non so quando, a farlo con le pietre che c’erano, piccole o medie, irregolari, tonde o quadrate ma tutte posate con lo stesso rigore, per realizzare una geometria solida e precisa. Ne rimango colpito, in alcuni punti è evidente il margine dritto che delimita questa carreggiata litica, il confine dove finiva il domestico e cominciava il selvatico. Non può essere recente un lavoro come questo, mi domando chi abbia voluto realizzare una viabilità così pregiata e duratura. Forse un lungimirante abate o un nobile illuminato, per raggiungere i tanti poderi senza dover lottare con il fango? Sarà forse un’antica viabilità dimenticata, magari i resti medievali di una prima strada Eugubina? Non so, ogni domanda è, ahimè, senza risposta.

Appena valicato il colle troviamo ad attenderci in lontananza le sagome del monte Cucco e del monte Catria e perdiamo la traccia appena cominciamo a scendere. Non sarà l’unica volta in questo tratto, la natura su questo versante sembra pretendere la sua rivalsa sull’opera dell’uomo. E’ come una terra di mezzo, gli spazi forse un tempo coltivati sono ormai inselvatichiti, abbandonati al loro destino. Non c’è una segnaletica vera e propria qui, i pochi, rassicuranti segni bianco/rossi che riusciamo a riconoscere sono molto sbiaditi e molto rari. Zigzagando tra arbusti spinosi lungo una traccia profondamente scavata dall’acqua piovana arriviamo al guado di un torrente, il Ventia, fresco e piacevole. Risaliti sull’altra sponda il sentiero lambisce una roccia aggettante e quasi sembra di intuire i resti di un antico ponte dimenticato dal tempo. Curioso.


Torna la strada bianca e la segnaletica – ma la si lascia presto – e dopo un breve tratto fra le spine che ci riporta al Ventia, un gradevole scorcio di quiete selvatica ci mostra qualche piccolo pesce che nuota tranquillo nella sua pozza limpida e proprio non ci si fila. Nuovo guado del torrente e proseguiamo in salita, fino a ritrovarci carponi sotto una bassa, fitta cupola di arbusti e giovani alberelli. E’ talmente buia e intricata che ci sembra la tana di un grosso selvatico, ci entriamo circospetti, meno male che dura pochi metri. Stavolta non abbiamo commesso errori, il sentiero versa davvero in pessimo stato e non avevamo niente di utile ad aprirci un varco. Poco dopo invece, il sentiero scompare proprio e ci arrangiamo ad attraversare un appezzamento di noci e ciliegi in cui l’erba fitta sembra voler gareggiare in altezza con le giovani, sofferenti piante poste a dimora. Qualche decina di metri più avanti ritroviamo il percorso pianificato -ben incavato nel boschetto che lo nasconde alla vista- e poco dopo possiamo tornare a goderci il bel panorama intorno a noi, su una traccia evidente. Finalmente.

….. Si riconosce Morleschio e la sua struttura compatta. Dall’alto del suo cocuzzolo Civitella Benazzone getta la sua ombra su quel che resta dell’Abbazia Celestina .

A questo punto, uno sguardo sulla vallata sottostante fa riaffiorare il ricordo di una battaglia, combattuta e vinta da Braccio Fortebraccio in difesa di Perugia contro un esercito invasore. Siamo qui adesso e siamo qui nel 1400 e rotti, a immaginare questo luogo e a descrivere le tattiche che concessero a Braccio la vittoria contro un esercito 4 volte più numeroso del suo. Suggestivo.


Siamo quasi al termine e davanti a noi in alto, il profilo dell’abbazia si staglia sopra gli alberi, proprio lì, dove ci si aspetta di vedere un’abbazia, al confine tra cielo e terra. La vista conclude un percorso ricco di suggestioni, che ha permesso di intuire la presenza di tante storie nella Storia di questi luoghi, quasi fossero scandite dai passi che lo percorrono, restando ogni tanto quasi storditi da un intenso, persistente profumo di ginestre. Potente.



Lascia un commento