Le alpi Apuane avvicinate dal versante nord che affaccia sulla Lunigiana appaiono particolarmente impervie e anche se Pizzo d’Uccello non arriva a 1800 metri, visto da questo lato si mostra come una vetta di ben altro lignaggio.
La rete di sentieri è fitta, le altimetrie e le lunghezze sono piuttosto ardue per le mie abitudini di modesto escursionista e fatico un pò a trovare sulla carta un percorso adatto alle nostre gambe e al nostro fiato. Individuo un anello di circa 8 Km che offre anche l’alternativa di tagliarne un paio con una ripida scorciatoia, se le gambe non volessero saperne di portarmi dove la mente vorrebbe.
Parcheggio l’auto nei pressi del rifugio Valserenaia e già l’attacco del sentiero presenta un biglietto da visita che è tutto un programma, una placca di roccia che si arrampica con 50 passi di benvenuto nell’anima marmorea di questi monti. Attraversiamo una bella faggeta e tra i rumori regolari di una cava soprastante, un piccolo topo incrocia il nostro cammino mentre si affanna a trovare l’anfratto giusto per nascondersi. La carta definisce il sentiero di difficoltà “E” come “Escursionistico”, ma nell’ultimo tratto prima del rifugio Orto di Donna – prima tappa del percorso pianificato – devo riporre le bacchette e usare anche le mani per progredire lungo la traccia, peraltro sempre molto ben segnalata dalle rassicuranti pennellate bianco-rosse.
Dopo la necessaria sosta, lasciamo il rifugio e iniziamo a percorrere un piccolo tratto del Sentiero Italia: per me ha una valenza quasi mistica. Mi aspettavo un sentiero comodo e panoramico, ma sarà per il fatto che qui costeggia una cava, sarà per il fatto che alcuni brevi tratti su roccia richiedevano attenzione, ho percepito un lieve disincanto insinuarsi nel mio mito. Certo è che le cave sono un elemento ineludibile di questo paesaggio, nonchè eloquenti testimonianze di un certo tipo di rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale.
La seconda tappa è la foce di Giovo, un crocevia di sentieri, un confine ideale tra Lunigiana e Garfagnana e anche – a quanto pare – il personale confine di un lupo, che ha lasciato la sua deiezione proprio sotto il palo segnaletico. Apparentemente è successo da poco, forse la notte stessa, e dalla dimensione mi viene da pensare che fosse piuttosto grosso. Fa un certo effetto notare che questo sottoprodotto della sua alimentazione sia costituito prevalentemente da peli. Il loro colore grigio-nocciola lascia immaginare che l’ultima preda sia stata uno sventurato capriolo. Prendiamo la scorciatoia per arrivare all’ultima tappa – il rifugio Donegani – e ci dovremmo essere per l’ora di pranzo, dopo aver superato qualche altro breve passaggio con mani e piedi, stavolta in ripida discesa.
Mi rendo conto che il percorso che stiamo per concludere si è sviluppato quasi interamente sul perimetro della cava, in questo tratto è visibile in tutta la sua ampiezza. La vista simultanea delle grandi macchine al lavoro e dell’enorme, insanabile ferita inferta alla montagna è al tempo stesso affascinante e tremenda. Qui sono tangibili due diversi concetti di ricchezza del territorio e l’istituzione, fin dal 1985, del parco regionale delle Alpi Apuane attesta la ricerca di un difficile punto di equilibrio per questo ambiente naturale marchiato da una secolare attività estrattiva. A me sembra un parco che immagina la cava stessa come bellezza ambientale, un ossimoro forse, un sincretismo necessario a cogliere la doppia ricchezza di queste montagne, quella naturale e quella antropica.
Il sentiero ci fa muovere qualche passo in una parte dismessa e marginale della cava. La sensazione che provo è singolare, lo spazio a monte è definito da grandi pareti di marmo squadrate, levigate dal filo d’acciaio diamantato che le ha intagliate nel fianco della montagna. Le proporzioni, la materia stessa di cui è fatto questo ambiente mezzo artificiale e mezzo naturale, lo rendono al mio sguardo una specie di monumento e magari, da qualche parte nel mondo, quello che da qui è stato rimosso lo è diventato davvero.









Usciamo dalla cava, il sentiero adesso coincide con il suo accesso carrabile. Alle nostre spalle, in controluce, un camion largo quanto la strada bianca viene verso di noi, trasporta gli ultimi blocchi appena estratti. Anche le chiome degli alberi, sul lato a valle, si sono conformate alle sagome ingombranti di questi mezzi. L’autista ci saluta con un cenno della mano e ci usa la gentilezza di rallentare, ma è troppo tardi, la nube di finissima polvere di marmo che lo segue ci avvolge inesorabile e si deposita rapidamente su di noi e su tutto quello che ci circonda.
Pranziamo al rifugio Donegani, un bel terrazzo sulla stretta val Serenaia. Il gestore indica il monte di fronte e spiega ai clienti del tavolo accanto quanto sia facile distinguere un cervo da un capriolo. Confusa tra le parole di quella conversazione, avverto una forma di consuetudine con questi animali, quasi fosse una normalità del luogo. Mi ricorda vagamente l’incontro di poche ore prima, all’alba, appena fuori la porta del B&B che ci ha ospitato. Ero seduto lì, a godermi la prima luce del giorno, verificavo gli ultimi dettagli del percorso che da li a poco avremmo intrapreso ed ecco che dal nulla, a neanche 5 metri da me, è apparsa la volpe. Siamo rimasti a guardarci per qualche lungo secondo, non so chi dei due fosse più sorpreso, poi ho avuto la pessima idea di prendere il telefono per scattare una foto e ho rotto l’incanto. Non si è spaventata, si è semplicemente girata e se n’è andata, scomparendo in pochi rapidi saltelli, silenziosa come è apparsa. La consuetudine, la normalità del luogo – già – ma niente foto della volpe, accidenti.
Ecco, mi è sembrato di percepire una singolare consuetudine. Realtà o suggestione, qualcosa tra le pieghe di questa terra sembra voler sussurrare che qui l’uomo e l’animale selvatico abbiano imparato a vivere in una reciproca consuetudine, nonostante la cava, il suo rumore e la sua polvere di marmo. Quasi come in una fiaba.
Dato che ero da quelle parti, ho voluto vedere le caratteristiche statue stele rinvenute in Lunigiana, conservate nel museo del castello del Piagnaro di Pontremoli. L’uno e l’altro valgono la visita.













