Tempo incerto. In senso meteorologico anche, ma non solo. Potrebbe piovere, o anche no. Siamo diretti al piccolo borgo di Cesi, poco meno di un’ora per andare, altrettanto per tornare e avremo consumato 2 ore delle poco più di 4 che abbiamo in tutto. Ma Cesi, nonostante le sue piccole dimensioni, è ricco di storia e di leggende.
Nel VI secolo Avanti Cristo pare fosse già Clusiolum città di Umbri e sede di uno dei loro principali luoghi di culto. Tra storia e leggenda – attingendo partigiano a uno spunto di Tito Livio – gli Umbri, sconfitti dai romani nella Battaglia di Sentino del 295 A.C., fecero dei Monti Martani l’ultimo baluardo della loro resistenza alla potenza romana, fino ad esserne sopraffatti forse proprio nelle grotte di Cesi. I sopravvissuti a quello che fu un vero massacro trovarono poco più a valle, in Carsulae, l’opportunità di una rinascita. Era l’altra faccia della medaglia del dominio romano. Con la nuova via Flaminia, costruita per rendere saldo il controllo sulle terre Umbre, Carsulae acquisiva vigore, quasi ad ereditare la forza della loro vecchia città. Quel ramo della Flaminia però, perse importanza dal III secolo Dopo Cristo e anche Carsulae ne seguì la sorte. Con l’arrivo dei Longobardi Cesi riacquisì il suo rango: la vollero capitale delle Terre Arnolfe. Quanto prestigio per questo piccolo borgo!
Liberamente ispirato dalla guida redatta dalla pro-loco di Cesi e da altro materiale in giro per la rete
Per noi la meta è la cima di Monte Torre Maggiore, la più alta dei monti Martani, dove sono le rovine dell’antico tempio Umbro. Scendiamo dall’auto e piove, ma l’occasione è troppo ghiotta. Avevo preparato 2 percorsi, entrambi con tappa alla cima e al tempio e date le circostanze, piuttosto che rinunciare optiamo per il più breve, un anello di circa 6 Km.
Pallido e appena tiepido, un sole cauto ci accompagna per tutta la salita. Ci lascia proprio in cima, sostituito da una nebbia fredda e rada che risale dal basso. Questa nuvola grigia ed esile in cui siamo incappati, accentua l’austera solitudine di ciò che resta del tempio, Ara Major, probabilmente sede di riti pagani fino al 17esimo secolo e una stampa forse risalente a quel periodo vorrebbe suggerire che sia stato ridotto così in tempi relativamente recenti. E’ una sensazione strana che mi avvolge dentro questa nebbia, mentre scorro nella mia mente le immagini delle mura umbre in rovina, delle torri medievali diroccate, della chiesa di Sant’Erasmo sul pianoro prospiciente la vallata. In queste tracce, sparse dai secoli sulle pendici del Monte Torre Maggiore, avverto un sapore di orgoglio, qualcosa che è insieme ruvido e solenne.
Ci tornerò molto presto, ma con qualche ora in più da spendere.

