Monte Corona

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Tac, Tac, Tac….. Il rumore delle bacchette che punzecchiano la strada bianca è l’unico ad accompagnarmi. Mi fermo, le ripongo, inspiro profondamente e sento profumo di silenzio. Il giallo vivido delle ali di una farfalla risalta sull’azzurro intenso del cielo, ripulito da questo scirocco che mi sfiora appena e sa già di primavera. Un istante, un singolo istante, ma intenso come solo certi attimi riescono ad essere….. Vabbè.

Ho da poco lasciato il piccolo borgo medievale di Santa Giuliana, dove ho salutato due attempati signori incontrati all’uscita dell’Eremo. Uno era tanto loquace quanto l’altro silenzioso, uno era alto e smilzo, l’altro era basso e tozzo, impossibile assortirli meglio, mi ispiravano una simpatia istintiva.

Avevamo iniziato la nostra conversazione scambiandoci qualche indicazione sui rispettivi percorsi e mi erano sembrati un pò incerti circa le loro energie residue. Devo essergli sembrato troppo solo per non apprezzare la loro compagnia, fatto sta che hanno preferito tornare sui loro passi e accompagnarmi fino a Santa Giuliana – da dove venivano – piuttosto che proseguire per l’Abbazia di Monte Corona, dove dicevano di voler andare. Tra gustosi aneddoti sull’amicizia fraterna di Dante e Giotto e ampi passi della Divina Commedia mandati a memoria che manco Benigni (sic!) temo di aver manifestato eccessiva premura riguardo il passo più opportuno da tenere: appena il tempo di scattare una foto e li ho dovuti rincorrere per quasi tutto il tratto. Ho così appreso che i due “vecchietti” mandavano giù 120 Km di camminate al mese e la loro titubanza non era dovuta al timore di farcela o no a raggiungere l’Abbazia e poi, ancora oltre, la loro auto bensì a quello di tardare per il pranzo….



L’eremo ospita una comunità di monaci di clausura, entro nella piccola cappella e da una porta laterale esce uno di loro, vestito di una lunga tonaca bianca. Lo saluto con un sonoro buongiorno e lui mi ricambia con un cenno del capo e si ritira subito, dietro la porta che si chiude. Mi trovo su un piccolo soppalco, il pavimento è ricoperto di moquette, una giovane donna prende posto in punta di piedi su una delle seggiole affacciate alla cappella vera e propria che sta più in basso, visibile ma inaccessibile da qui. Mi affaccio alla balaustra che delimita il soppalco e mi accorgo solo adesso che sotto, nella penombra, alcuni monaci sono seduti sugli scranni del coro e leggono, meditano, pregano, tutti in un rigoroso silenzio. Sto trattenendo il respiro, cerco di fare ammenda del mio rumoroso buongiorno di un attimo prima. Rubo due foto, attento a non fare il minimo rumore, cerco il mio momento di raccoglimento ma mi accorgo che no, non fa per me, mi allontano in punta di piedi per guadagnare l’uscita. La bottiglia di plastica nel mio zaino urta uno spigolo ed emette il suo tipico rumore, un’imprecazione cerca di farsi strada invano, mentre alzo gli occhi al basso soffitto serrando le mascelle.

Il monaco della porta l’ho incontrato anche più tardi, mentre percorrevo il sentiero di rientro verso l’Abbazia. Era sempre in tonaca bianca, ma stavolta aveva le bacchette e un paio di scarponi ai piedi. In testa aveva anche una papalina, sempre bianca, per un momento ho creduto mi stesse venendo incontro Sua Santità in persona, molto giovane, per la verità.

Quando l’ho riconosciuto non ho potuto fare a meno di esclamare di nuovo buongiorno e stavolta allo stesso cenno di prima ha aggiunto il suo buongiorno che, giurerei, oltre ad essere ben sonoro era perfino un pò divertito…..

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