Lungo l’acquedotto

Cammino accanto, sopra, sotto un acquedotto romano, praticamente per tutta la sua lunghezza, il cocciopesto del suo canale ha ancora qualche ombra di calcare, passo sotto un arco e risalgo, mi stupisco di quanto è alto il ponte bimillenario sopra il quale mi trovo e capisco che tutto serviva a mantenere lieve e costante la pendenza, a renderla ovunque indifferente alle rare intemperanze di un suolo affatto riottoso, affinché l’acqua non scendesse troppo veloce a danneggiare, o troppo lenta a imputridire e dissetasse Hispellum, la “Splendidissima Colonia Julia”.

No, non è spettacolare come gli acquedotti che alimentavano l’antica Roma all’apice del suo splendore, con le loro grandi arcate, ma ha il pregio di essere quasi integro, inserito in un contesto paesaggistico notevole. Sono compiaciuto dalla vista dell’opera in sé e dal panorama su Spello, incorniciato tra i rami degli olivi, con la sagoma di Trevi e il profilo di Montefalco in lontananza sopra la piana folignate. Sullo sfondo ci sono i Monti Martani e più a lato riconosco la profonda “V” della valle del Menotre delimitata dalla cuspide del monte di Pale. Il monte sulla sua cima ospita due antenne ma un tempo, al loro posto, sembra ci fosse un tempio umbro, ormai interamente cancellato dai secoli. Non ne è rimasto più niente e anche se intorno a me vedo tutta terra di antichi Umbri, l’impronta lasciata qui dai Romani è molto più marcata, non c’è niente da fare.



… Bello… Umbri vs Romani, natura vs ingegneria…… Però….. Oh, quasi tutti quelli che incontro hanno in mano un bel mazzetto di asparagi appena raccolti… quei due fanno gli indifferenti, ma ne hanno trovati un bel tantino… anche laggiù sono in tre a raccogliere…. Ma ‘ndo va questo che mi supera di fretta che sembra….. che ha…… Ah, l’attrezzino fatto apposta per tagliare da lontano… .. guarda come accelera….. ma non lo nascondere, che tanto l’ho già visto….. no, no, vai tranquillo, rilassati, che non te li prendo io…. Te li avranno già fregati anche a te! Di sicuro. Tiè!

riflessioni storico-gastronomiche

Collepino è più o meno a metà del percorso pianificato e visto da qui, appollaiato in cima al suo basso cocuzzolo, appare più austero di quanto non sia in realtà. Mi fa ricordare che prima o poi dovrò anche salire, fin qui non è stato necessario, mi fermo qualche momento al lavatoio addossato all’acquedotto prima di cominciare la salita. La mattonella dice 1771, anno palindromo, chissà se utilizzavano ancora l’acquedotto romano a quei tempi.

Quando arrivo su, trovo un paesino che è una sorpresa, trasuda quiete e cura, è stato ristrutturato interamente dopo i danni arrecati dal terremoto. Mi sembra lo stesso criterio che ha permesso a Rasiglia, sulle sorgenti del Menotre, di diventare un caso nazionale insieme all’impegno amorevole di alcuni suoi residenti. Anche qui a Collepino, passeggiando tra le strette vie lastricate e i piccoli giardini racchiusi dalla pietra rosa del Subasio, avverto in alcuni scorci un ammiccamento ruffiano, che mi ricorda vagamente – addirittura – qualche paesino della Provenza: la vecchia bicicletta come oggetto di arredo urbano, la ruggine del ferro appoggiato alla pietra rosa invece della lavanda tra l’intonaco bianco e le finestre azzurre…. qualche nota più rustica, forse, ma gradevolmente singolare.

Piccoli borghi umbri crescono

Un numeroso gruppo di escursionisti ha scelto come me di far tappa a Collepino. Tutti allegri e sorridenti si stanno attrezzando con felpe e giubbetti per la sosta. Hanno ragione, il cielo si è rapidamente fatto scuro e qualche goccia ci raggiunge tra le folate di un vento freddo e teso. Ho davanti a me il tratto più ripido del percorso e mi sa che stavolta mi bagnerò, c’è sempre una prima volta del resto. Il vento si placa mentre raggiungo in un silenzio solitario l’altro versante, finisco la salita sotto una pioggia fredda e consistente, qualcuno da qualche parte più in alto ascolta musica techno e vuole assicurarsi che la sentano tutti quelli nei dintorni, ammesso ce ne siano oltre me. Continuo per la mia strada e torna il silenzio finché tra gli alberi, nascosto non so dove in mezzo alle chiome, un cuculo inizia il suo canto, incurante della pioggia e della mia presenza. Mi piace. Cu-cù, cu-cù, cu-cù, mi torna in mente una canzoncina scema, a due voci, di quando ero ragazzino, la canticchio nella testa, l’attrezzatura che ho con me si rivela adatta alle circostanze e alla fine, quando torna il sole, potrei essermi perfino divertito, a pensarci bene.

La discesa verso Spello è su una sentieristica larga e curata, ben segnalata, fatta di breccia battuta e livellata. Ampi tratti sono delimitati a monte da tavole di legno lunghe e strette, ci sono diversi punti sosta rimarcati da originali segnavia di cui non sentivo il bisogno e sono attrezzati con tavoli metallici, probabilmente più durevoli degli ormai classici tavoli in legno. L’insieme è certamente gradevole anche se, francamente, lo trovo un pò lezioso.

Un’attenzione mirata, direi, rivolta più a un turismo lento e numeroso che a un escursionismo attento e rispettoso. Un’idea di fruibilità del nostro bel paesaggio che merita anche di essere apprezzata, spero solo saprà rimanere sufficientemente discreta da non snaturare l’atmosfera di pace che il Subasio e i suoi piccoli borghi rimessi a nuovo sanno ancora trasmettere.

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