Tra Annibale e Flaminio

Saliamo per Monte Gualandro, guardo il Castello che è stato messo li per dominare e non lo si può certo ignorare, ma cerco di immaginare la situazione in cui si trovò il console Gaio Flaminio Nepote quando comprese di essere caduto nell’imboscata tesagli da Annibale, proprio qui, almeno secondo le ipotesi più accreditate circa il luogo e le dinamiche della battaglia del Trasimeno.

Il Malpasso è poche centinaia di metri dietro di me, dicono si chiami cosi proprio in ricordo della malasorte che colse l’esercito romano. Da queste parti anche altri toponimi come Ossaia e lo stesso Sanguineto marchiano questi luoghi con i segni lasciati da quel tragico giorno. Continuiamo a salire lungo il crinale, a sinistra la val di Chiana, a destra la piana di Sanguineto. Nella notte tra il 20 e il 21 giugno del 217 A.C. alla mia sinistra avrei visto l’accampamento romano, con i suoi legionari ancora ignari del tremendo destino che li attendeva l’indomani, mentre in basso alla mia destra era appostata la fanteria celtica fedele ad Annibale e, lungo le pendici di queste stesse colline, il resto dell’esercito cartaginese fino a Tuoro dove c’era l’accampamento principale, quasi uno specchietto per le allodole preparato da Annibale per costringere i romani ad affrontarlo ed esserne sterminati lì, circondati, intrappolati tra i monti e il lago. Decine e decine di migliaia di uomini che al loro risveglio avrebbero reso quanto vedo oggi uno dei teatri di battaglia più drammatici della seconda guerra punica.

Quando i romani iniziarono a marciare, all’alba del 21 giugno 217 a.C., infilandosi nella stretta via prospicente le rive lacustri, c’era anche una fitta nebbia a valle, mentre i cartaginesi, accampati in alto, avevano una buona visuale. Arrivati nella vallate di fronte all’accampamento cartaginese, Annibale lanciò l’attacco, mentre il grosso dell’esercito era ancora in marcia e non si rendeva conto del pericolo per via della nebbia. Contemporaneamente i galli, i cavalieri e i frombolieri attaccarono i restanti soldati in marcia, generando il caos e spingendo i romani verso l’acqua: chi sopravvisse finì in molti casi per annegare. La fanteria leggera cartaginese aggirò i romani e chiuse la via di fuga alle spalle, ampliando il massacro. Nonostante tutto i romani resistettero per tre ore, finché Flaminio non venne ucciso da un cavaliere celta. A quel punto iniziò la fuga: quasi tutti i romani che componevano la colonna di marcia vennero uccisi o catturati e ben pochi riuscirono a darsi alla macchia attraverso le colline, ma i componenti dell’avanguardia riuscirono a sfondare la fanteria pesante cartaginese e ritirarsi in numero di circa 6.000. Alla fine, secondo Tito Livio, 15.000 furono i caduti e i prigionieri e circa 10.000 fuggirono e rientrarono a Roma, mentre i nemici persero solo 1.500 uomini.

Storie Romane – La battaglia del Trasimeno


Qualche anno fa un incendio ha gravemente danneggiato la vegetazione del monte Gualandro e minacciato seriamente anche il castello che però non ha perso il suo fascino. Tutto il contesto rimane suggestivo, la boscaglia sta rimpiazzando quanto è andato distrutto dal fuoco, cresce disordinata, ci vorrà parecchio tempo per ritrovare un nuovo equilibrio. Per contro, le alberature giovani e rade non nascondono il lago e lo si può ammirare lungo quasi tutto il percorso, come se l’acqua volesse restituire quanto il fuoco ha tolto.



Mi sorprendo ogni volta che salgo sulle alture del Trasimeno. Nonostante le modeste altitudini, lo sguardo abbraccia sempre un orizzonte davvero ampio e, anche grazie alle neve su molte cime, riconosco i Sibillini, il Terminillo, il Cetona, l’Amiata, credo di aver riconosciuto anche il Gran Sasso, lontano, a 150 km da me.

Una sgambata che permette di guardare lontano, nel tempo e nello spazio: what else?

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